Edizione di venerdì 22 giugno 2018 | Notizie Fan - Redazione - Contatti - Note legali

Sentenza consulta: conviventi potranno usufruire di permessi per assistere partner invalido

La Consulta ha depositato una sentenza per cui i conviventi di persone disabili potranno utilizzare tre giorni di permesso mensile retribuito e coperto da contribuzione, per assistere verso il partner infermo. La sentenza: «È irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati non sia incluso il convivente»

Sentenza consulta: conviventi potranno usufruire di permessi per assistere partner invalido

I conviventi di persone disabili potranno usufruire dei tre giorni di permesso mensile retribuito e coperto da contribuzione figurativa previsti dalla legge 104 del 1992 per assistere il partner infermo, proprio come i coniugi e i parenti di secondo grado. È la sentenza 213 depositata dalla Consulta il 23 settembre, dichiarando così l’illegittimità costituzionale della legge 104 del 1992 assieme alle successive modifiche nel 2010: si precisa come la legge «non include il convivente» tra i «soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado». La sentenza enuncia, come riportato da “Il Corriere”: «È irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito ivi disciplinato, non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità». La decisione dei giudici della Consulta, è stata creata in seguito ad una questione sollevata dal giudice del lavoro di Livorno dopo una causa da parte di una dipendente dell’Asl che spiegava come il proprio compagno fosse affetto da Parkinson.

Contiguità dell’assistenza
L’articolo 3 della Costituzione, osservano i giudici «va qui invocato non per la sua portata eguagliatrice, restando comunque diversificata la condizione del coniuge da quella del convivente, ma per la contraddittorietà logica della esclusione del convivente dalla previsione di una norma che intende tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile. E ciò in particolare, ma non solo, nei casi in cui la convivenza si fondi su una relazione affettiva, tipica del “rapporto familiare”, nell’ambito della platea dei valori solidaristici postulati dalle “aggregazioni” cui fa riferimento l’articolo 2 della Costituzione». I giudici hanno continuato spiegando come il verdetto abbia lo scopo di vigilare sulla salute psicofisica dell’invalido in situazione di gravità, tramite la contiguità di qualcuno con cui lo stesso abbia «una relazione affettiva» ma senza eguagliare le relazioni tra coniugi o tra conviventi. La stessa Corte, infatti, ammette che ha «più volte affermato» che la «distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell’una e dell’altro che possano presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell’articolo 3 della Costituzione.

In questo caso, l’elemento unificante tra le due situazioni è dato proprio dall’esigenza di tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave, nella sua accezione più ampia, collocabile tra i diritti inviolabili dell’uomo». In caso così non fosse, ha spiegato la Corte, «il diritto, costituzionalmente presidiato, del portatore di handicap di ricevere assistenza nell’ambito della sua comunità di vita, verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato `normativo´ rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio». Si conclude nella sentenza come, la norma «nel non includere il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, viola quindi gli invocati parametri costituzionali, risolvendosi in un inammissibile impedimento all’effettività dell’assistenza e dell’integrazione».