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Caffè, consumo e dipendenza regolata dal Dna: la conferma arriva da uno studio

Il consumo individuale di caffè potrebbe dipendere dal Dna. Un team internazionale di scienziati ha deciso di andare a indagare proprio in Italia la patria del caffè. Il risultato dello studio conferma che la tendenza a bere più caffè sia regolata dai geni

Caffè, consumo e dipendenza regolata dal Dna: la conferma arriva da uno studio

Un’équipe di ricercatori dell’Università di Edimburgo, dell’Università di Trieste e di altri istituti, coordinati dall’italiano Nicola Pirastu, ha scoperto un legame tra una particolare variante genetica e la passione per il caffè. «Il caffè, è una delle bevande più consumate al mondo e la prima fonte di assunzione di caffeina. Dato il suo importante impatto sull’economia e sulla salute, gli aspetti relativi al legame tra genetica e consumo di caffè sono stati oggetto di numerosi studi, anche se resta ancora molto da scoprire. Nel nostro lavoro, abbiamo condotto uno studio di associazione genetica in due popolazioni italiane per identificare varianti collegate alla dipendenza dalla sostanza», hanno spiegato i ricercatori. In analisi sono stati presi 1213 volontari tra la regione Puglia e Friuli Venezia Giulia. Ai soggetti è stato chiesto quante tazzine di caffè consumassero al giorno. I risultati sono stati confrontati con quelli di un altrettanto nutrito gruppo di consumatori olandesi.

La dipendenza dipende dai geni
«Il risultato dello studio, conferma, che la tendenza a bere più caffè sia regolata dai geni», ha spiegato Pirastu. Dalla ricerca è emerso che chi presentava la variante genetica in PDSS2 tendeva a consumarne di meno rispetto a chi invece non aveva questa variante. «La capacità della variante del gene PDSS2 di accendere o spegnere la passione per il caffè è dovuta al controllo esercitato su un altro gene, specializzato nel regolare il metabolismo della caffeina. Quando il secondo gene non viene attivato sufficientemente, la caffeina tende a essere smaltita molto lentamente dall’organismo, inibendo il desiderio di bere un’altra tazzina», ha spiegato il ricercatore. «Per avere la conferma definitiva, sono necessarie ulteriori indagini, condotte su numeri più vasti di individui», ha concluso.

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